Obama s’è perso l’Europa?
Barack Obama aveva messo gli occhi altrove. Cina, India, Brasile, medio oriente, sud est asiatico, Africa, e poi giù fino all’Oceania: sono questi gli scenari che, per delibera politica o per contingenza, hanno assorbito le energie di un’Amministrazione che aveva fra i suoi obiettivi programmatici quello di ridisegnare il suo ruolo nel mondo.
18 AGO 20

Barack Obama aveva messo gli occhi altrove. Cina, India, Brasile, medio oriente, sud est asiatico, Africa, e poi giù fino all’Oceania: sono questi gli scenari che, per delibera politica o per contingenza, hanno assorbito le energie di un’Amministrazione che aveva fra i suoi obiettivi programmatici quello di ridisegnare il suo ruolo nel mondo. Negli interessi dell’attività presidenziale, l’Europa è rimasta appena un passo indietro rispetto agli scenari di portata globale che implicano competitor presenti e minacce future. Meglio investire tempo ed energie per convincere la Cina a rivalutare il Reminbi che sottoporsi al supplizio dei farraginosi summit di cui l’Europa è specialista. Tanto più che il vecchio continente è terra di alleati inossidabili. La necessità poi di sistemare le cose innanzitutto in patria seppelliva ogni altra considerazione.
Il ragionamento non è piaciuto per niente agli alleati inossidabili e anche le fonti diplomatiche americane ammettono schiettamente che, soprattutto nel primo anno di presidenza, la sufficienza di Obama verso l’Europa ha creato attriti e nervosismi. L’Amministrazione ha riparato senza troppo zelo con un tour europeo e ha lasciato che il sistema di alleanze venisse temprato da una guerra, quella in Libia, mossa da motivazioni francesi e inglesi e combattuta con mezzi americani. Da un punto di vista delle alleanze, la guerra ha sancito la delega delle relazioni transatlantiche alla Nato, i cui partner sono stati peraltro pesantemente redarguiti da due segretari della Difesa americana.
La coltivazione distratta del dossier europeo e il suo implicito declassamento a scenario non problematico vengono fuori in tutta la loro drammaticità con la crisi dell’euro, che per Obama ha le fattezze di un problema interno. Il contagio americano è inscritto nell’esposizione del debito nei confronti delle banche europee e la forza delle invocazioni di Washington perché la Bce si trasformi a immagine e somiglianza della Fed (cioè a immagine e somiglianza di una banca centrale) soffre della freddezza politica accumulata nel tempo. Dopo aver lasciato andare l’Europa per la sua strada, non è semplice per Obama tornare sui suoi passi e d’improvviso mettersi a predicare misure (buone) che sconvolgono l’assetto di una burocrazia continentale offesa per la noncuranza americana.